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23 novembre 1980. Storia e memoria


Diario


27 febbraio 2011

Il blog del libro



Qui trovi tutte le informazioni su dove trovare il libro, come ordinarlo da internet, dettagli dell'autore, rassegna stampa e presentazioni.






18 novembre 2010

Non sembrava novembre quella sera



Non sembrava novembre quella sera.

Il terremoto del 1980 tra storia e memoria

Edizioni Mephite




I prossimi appuntamenti:

Sabato 20 novembre, Teatro Comunale di Teora, ore 17 e 30, convegno "Cooperative ieri e oggi; il ruolo delle donne" (Organizzato da CGIL e Comune di Teora)

Domenica 21 novembre, Aula Consiliare, Comune di Lioni, ore 18, presentazione del rapporto "Le Macerie invisibili" (a cura del'Osservatorio Permanente sul Doposisma-Fondazione MIDA)

Presentazioni del libro:

27 novembre ore 18, Chiesa del Carmine, Avellino ( a cura del Presidio del Libro di Avellino)

29 novembre, ore 18 Bisaccia, Castello Ducale

30 novembre, ore 18, Frigento, Palazzo De Leo

Teora (durante le vacanze natalizie)

gruppo facebook: non sembrava novembre quella sera


22 novembre 2009

Sisma '80, la memoria dei rassegnati


Inquesto 29esimo anniversario del sisma, anno dispari, le commemorazionisaranno inevitabilmente in tono minore, in vista del prossimo 30ennale.Io che mi occupo quotidianamente di questo tema, voglio contribuire conun pezzo che racconta gli attimi della tragedia attraverso le parole dichi visse quei momenti e perse persone care. Sono testimonianze digente comune, di persone di età diversa e che avevano ruoli diversinella propria comunità. Il testo è un sunto di un saggio ben piùcorposo uscito su Italia Contemporanea nel 2006. Prego quindi chiunquevoglia prendere spunto da questo testo di citare la fonte.
Leriflessioni da fare sui meccanismi della commemorazione, sulle diversemodalità di ricordare il 23 novembre 1980, sulla relazione tra ilnostro sisma e l'opinione pubblica nazionale, soprattutto dopo ilterremoto dell'Abruzzo, sarebbero tante e sono già state affrontate suquesto blog. Ci sarebbe tanto da fare, nelle nostre comunità, perraccontare la verità dei fatti di questi 29 anni.




Nei raccontisentiti molte volte e da tante voci diverse, comprese le fonti scritte chehanno narrato di quella sera di novembre che sconvolse la vita di moltepersone, c’è un elemento ricorrente, un elemento climatico. Tutti i raccontidescrivono la giornata del 23 novembre, una domenica, facendo riferimento allamitezza dell’aria novembrina. Quella calma dell’aria veniva associata, inquesti racconti, ad un presagio di sventura, un ribollire delle viscere dellaterra che nascondevano qualcosa. La forza con cui la terra tremò alle 19 e 34del 23 novembre 1980 fece sì che quel presagio di sventura si tramutasse in realtà.La scossa raggiunse un’intensità tra il decimo e l’undicesimo grado della scalaMercalli, i morti furono 2.914, iferiti 8.850 e circa 400.000 i senzatetto.

L’Irpinia è unazona altamente sismica e nel Novecento erano già avvenuti due terremoti, unonel 1930 e l’altro nel 1962. Nessuno di questi, però, aveva assunto ledimensioni con cui si presentò nel 1980. Il danno fu ampliato dalle condizionifatiscenti delle abitazioni, case in pietra nei centri abitati e abitazionirurali alquanto povere per gli alloggi dei contadini. L’alto pericolo sismico edue terremoti a distanza di poco più di trent’anni non avevano permessoall’Irpinia e alla Basilicata del Nord di risolvere il problema dellafatiscenza del patrimonio edilizio.  

La cronaca delterremoto non può prescindere dai racconti di chi quei minuti li ha vissuti. Imorti, i feriti e le persone intrappolate sotto le macerie erano il segnotangibile e senza appello della ferocia del sisma. Ora che alcuni processistorici innescati dal sisma possono considerarsi conclusi e la distanzatemporale inizia ad essere cospicua acquista quindi particolare importanza lamemoria, sia intesa come semplice ricordo personale che intesa in maniera piùampia. Raccontare la dimensione di una sofferenza estrema è sempre difficile,ma l’uso del racconto orale è particolarmente efficace perché permette diesprimere una gamma di sentimenti che il testo scritto non è in grado direstituire. Ecco perché il racconto dei sopravvissuti a quella calamità, cosìcome i racconti della Shoah, degli stupri di massa e dei bombardamenti,acquista un valore diverso se recuperato con gli strumenti della storia orale.

Riporto alcuni stralci in cui gliintervistati raccontano quella domenica sera le azioni quotidiane, ipropri microcosmi catapultandoci nella realtà dell’Irpinia di allora,e di Teora in particolare, in una sera di novembre del 1980.


Avevonove anni e mezzo. La sera del 23 novembre stavo studiando storia (allorafrequentavo la scuola elementare) nella cucina di casa, al terzo piano di unostabile, che apparteneva alla mia famiglia ed era stato restaurato nel 1978.Ero con mio nonno e mia nonna. Vidi saltare in aria il libricino che avevodavanti e si sentì un boato fortissimo. Quando mia nonna si accorse della cosa,ci spinse fuori e, sebbene fosse notte, si vedeva benissimo grazie a una lunaspaventosamente grande. Casa nostra fu investita da massi e macerie provenientida altre abitazioni. Mi misi le mani in testa, dopo essere stato sbalzato dallasedia, e mi riparai sotto il camino. Sentii un forte dolore alla mano, poichéun masso mi cadde sulla testa, mentre io la proteggevo con le mani. Sentivosolo il freddo del sangue che scorreva sulle mani. Passati alcuni minuti sentiimia nonna che ci chiamava a gran voce e con mio nonno riuscimmo a uscire dallaparte di casa nostra che dava sulla strada. Trovammo mia zia con le mie trecugine. Mia madre era da alcune vicine a fare la pasta a mano. Mia nonna spostòcon furia inaudita un motocarro che ostruiva le possibili ricerche tra lemacerie, poi chiese alle due signore dove fosse mia madre, ma loro furono evasive,fin quando i miei zii si misero a scavare in modo forsennato. Mia zia, nelfrattempo, ci fece spostare, e lungo la via Nazionale ci incamminammo perraggiungere il centro del paese. Mio padre era al bar; era riuscito ad uscireprima che crollasse e si era portato al centro della piazza per non esserecolpito dalle macerie dei palazzi. Aveva poi trascinato con sé un signoreanziano e si erano diretti insieme verso Tarantino. Ci toccò una macchina comeprimo rifugio, e nel frattempo mi medicarono la ferita alla mano. Poi arrivò miozio che ci disse, piangendo, che mia madre era morta.

 

In questoracconto è molto indicativo il fatto di ricordarsi addirittura quale materia sistava studiando quella sera. Un altro ragazzo di Teora, quella domenica sera,aveva scelto un diversivo.

 

Ero in un localee stavo consumando un Campari vicino al banco del bar. Al momento della scossami sembrò che il pavimento si alzasse di un metro. Persi i miei occhiali;l’ingresso era alla mia sinistra, poi c’era un atrio, e prima di cercarel’uscita riuscii a trovare gli occhiali. Trovai la proprietaria e dissi,inveendo contro di lei: “Perché le bombole del gas non le tenete fuori dallocale?”; infatti, la prima impressione era che lo scoppio fosse dovutoall’esplosione di una bombola del gas. Nel frattempo sopraggiunse la secondascossa, ancora più forte. Usciti dalla discoteca cercai e, per fortuna trovai,gli altri due della comitiva. Comunque la discoteca non cadde.

Recuperammola nostra automobile per far ritorno verso casa; dopo 500 metri, andando versola zona di san Bernardino, verso il centro di Lioni, trovammo il passaggioostruito dalle case in poltiglia. Decidemmo di fare il giro da Sant’Angelo esulla strada trovammo due persone che ci dissero: “Sant’Angelo è tuttadistrutta”; erano al terzo piano dell’ospedale e si erano ritrovati al pianoterra. Il terreno si era staccato dai piloni dei ponti, la gente per poterpassare ricomponeva come un puzzle i pezzi d’asfalto che erano saltati. La miacasa era stata rinnovata da due-tre anni, quindi speravamo tenesse e restassein piedi. D’altronde, Teora era poggiata sul tufo. Erano ormai le undici disera. Pensai bene poi di raggiungere casa mia, dove trovai i miei parenti inlacrime che ci credevano morti. A casa mia vidi che la scalinata interna si eraaperta e arrivava a mostrare la cantina sottostante.

 

L’allora parrocodi Teora ci restituisce un’altra testimonianza della forza sconvolgente delterremoto.

 

Mitrovavo a Morra de Sanctis e stavo preparando alcuni canti natalizi insiemealla parrocchia di Morra. Dopo la scossa pensai subito di dirigermi versoTeora. Le strade di collegamento erano impraticabili, quindi cercai diraggiungere Teora attraverso le strade interpoderali. Ci riuscii; arrivato aTeora trovai un ragazzo di 16 anni, a cui chiesi le prime informazioni. Saliiverso piazza Castello; da lì si sentivano in modo distinto i lamenti; invece,verso Arret i Santi, regnava un silenzio tombale. La mia impressione era chefossero morti tutti. Trovai un corpo già avvolto in un lenzuolo. Arrivai aTarantino, dove era stato utilizzato un pulmino per il trasporto scolastico perricoverare gli anziani. Non ci si rendeva conto della reale gravità dellasituazione. Il sindaco era fuori Teora. La gente trovò riparo nelle automobili.Il corso era inaccessibile, una muraglia di calcinacci. Al chiaro di luna sivedeva che non c’era più niente. Da via Monte si vedeva direttamente Lioni,quando prima le case ti ostruivano la vista. Sopra la Chiesa si propagavano lefiamme di una casa.

 

Ecco un’altra testimonianza diuna casalinga teorese che in quella sera di novembre perse una figlia.

 

Quelladomenica sera ero in casa, accanto al camino, e lavoravo all’uncinetto, nellacasa dove vivevo con due figli, un ragazzo di 15 e una ragazza di 13 anni. Erauna costruzione abbastanza vecchia, costruita molti anni prima e situata nellaparte centrale di Teora. Il pomeriggio lo avevo passato in campagna. Nel tardopomeriggio ero andata a richiamare mia figlia in piazza per riportala a casa,visto che aveva da fare i compiti e tardava a rientrare. Era una cosa che nonavevo mai fatto prima. Però un’amica di mia figlia la venne a chiamarenuovamente e lei uscì per un’altra passeggiata per le vie del paese. Ad uncerto punto iniziò a tremare la terra: tentai di scappare, ma rimasiimprigionata nel crollo delle mura e di quei secondi ricordo solo il buio.Fortunatamente un vicino di casa riuscì a liberarmi dalla morsa delle pietre eraggiunsi gli altri sopravvissuti nella piazza di Teora, dove fui anchemedicata per la vistosa ferita alla fronte che avevo riportato. Intantoincontrai mio figlio, che era rimasto illeso. Il mattino seguente mi incamminaiverso casa, alla ricerca di Teresa, ma il parroco mi fermò chiedendomi dovestessi andando. Gli risposi che andavo a cercare mia figlia. Mi rispose che erainutile perché Teresa era morta, schiacciata dal crollo di un balcone lungo ilcorso. Fui trasportata all’ospedale d’Oliveto Citra per altre medicazioni, mavolevo tornare a Teora per poter vedere il corpo di mia figlia.

 

Queste testimonianze, raccoltedirettamente dalla voce dei sopravvissuti, non hanno certo la pretesa di dareinformazioni storiche esaustive; vanno lette più nell’ottica dellacommemorazione e del ricordo; però, attraverso operazioni di questo tipo,compiute in maniera seria e rigorosa, si potrebbe favorire il recupero dellamemoria dei singoli ma anche delle comunità, in modo tale da salvare dall’oblioun pezzo così importante di storia irpina. Il tentativo di ricostruzione di unamemoria collettiva e individuale, insomma, può rappresentare un primo elementosu cui basare la scrittura quanto più possibile corale, ma non per questoomogenea e semplicistica, del terremoto.

 

 

NOTA BENE: Questo lavoro riprende e rielabora due miei lavoriprecedenti: la mia tesi di laurea in Storia dal titolo “Irpinia 1980-1992: storia e memoria del terremoto” (Università di Siena relatore il prof. Santomassimo) e un saggio apparso sul numero 243 di Italia contemporanea (giugno 2006) dal titolo “Il terremoto dell’Irpinia: storiografia e memoria”.

                                                                        

                                    

(Tutti i diritti di riproduzione sono riservati. I trasgressori verranno puniti a norma di legge).

 

 

Stefano Ventura


23 aprile 2009

Natura imprevedibile o umana imprevidenza?

Natura imprevedibile o umana imprevidenza?

 

pubblicato anche su www.giannisilei.it

 

Il terremoto che la notte tra il 5 e il 6 aprile ha colpito l’Abruzzo ha assunto sin da subito dimensioni di una certa gravità. Le informazioni che stanno circolando sui media e sulla rete stanno descrivendo in modo adeguato tutti i problemi, i drammi individuali e collettivi, l’organizzazione dei soccorsi e il tentativo di salvare le persone sepolte sotto le macerie e di recuperare i corpi. Tra i temi che sono stati sollevati, a volte anche con accenti polemici, un discreto spazio è stato riservato al dibattito sul patrimonio edilizio pubblico e privato, che si è dimostrato purtroppo inadeguato a fronteggiare un terremoto, caratterizzato da una serie di scosse anche di forte intensità. La fragilità degli edifici pubblici ha subito richiamato alla mente altri momenti della storia italiana recenti (si pensi al 2002 e al dramma della scuola di San Giuliano, nel Molise). Alcuni hanno anche fatto notare come le polemiche di questo tipo sono consuete dopo le catastrofi, ma quasi mai alle polemiche è seguito un intervento di largo respiro per sanare le decennali inadempienze e per favorire controlli sulla qualità delle costruzioni o la messa in sicurezza del territorio.

Per chiarire meglio alcuni aspetti del rapporto tra territorio italiano e terremoti bisogna far riferimento ad alcuni casi specifici accaduti nell’ultimo secolo. In questi giorni si è sentito parlare, forse troppo sbrigativamente di terremoti e ricostruzioni “cattive” (Messina, 1908, Belice, 1968, e Irpinia, 1980) e di esempi di buona ricostruzione (Friuli 1976 e Umbria - Marche nel 1997). Del caso di San Giuliano si è già accennato; si potrebbero tuttavia aggiungere anche altri eventi, come frane, alluvioni e disastri di altra natura.

Bisogna specificare che la comparazione frettolosa effettuata nei dibattiti televisivi è altra cosa dalla conoscenza approfondita di come si ricostruisce dopo un terremoto; ogni caso ha le sue peculiarità, conseguenze più o meno devastanti, territori più o meno vasti che vengono coinvolti,  situazioni pregresse e abitudini civiche diverse.

Il clima di mobilitazione e di solidarietà che caratterizza un’emergenza di solito sospende le leadership consolidate e istituzionali, la risoluzione dei problemi primari dei terremotati assume la priorità e si fa immediato ricorso a chi è in grado di risolvere i problemi (esercito, volontariato, forze organizzate). Questo terremoto ha tuttavia dimostrato (è anche il caso del settembre 1997 in Umbria e Marche) che il Sistema Nazionale di Protezione Civile, basato su un’organizzazione territoriale articolata e disseminata sul piano nazionale, ha raggiunto una maturità finalmente in grado di rispondere alle emergenze nazionali.

L’organizzazione della Protezione Civile, così come la conosciamo, ha tuttavia richiesto lunghi anni di dibattiti e evoluzioni; la prima iniziativa di legge fu presentata al Parlamento nel 1970, in seguito all’alluvione di Firenze del 1966 e al terremoto del Belice del 1968; tuttavia, i regolamenti attuativi furono approvati solo nel 1981, dopo i terremoti del Friuli e di Campania e Basilicata. In questi due casi, le risposte nella prima emergenza furono ancora una volta disordinate; nel caso del Friuli, la presenza di numerosi soldati di leva che soggiornavano nelle caserme della zona permise di portare aiuto in maniera relativamente rapida ai terremotati. In Irpinia, invece, la macchina dei soccorsi fu lenta e impreparata, arrivando in alcuni dei paesi più colpiti anche 30 ore dopo la prima scossa. L’asperità morfologica del territorio colpito e la scarsità di vie di comunicazione tra le zone interne e le principali arterie stradali e autostradali rallentò l’arrivo dei mezzi di soccorso;  inoltre 18 su 24 tra i reparti attrezzati per i soccorsi si trovavano in Italia settentrionale, uno solo di essi si trovava al Sud. Il presidente della Repubblica Pertini, in visita alle zone terremotate nei giorni immediatamente successivi, constatò direttamente il ritardo degli interventi e non mancò di sottolinearlo con un intervento televisivo dai toni duri.

In seguito ai terremoti del Friuli e dell’Irpinia fu nominato dal governo un commissario straordinario, con il compito di coordinare gli interventi e la sistemazione dei senzatetto; in entrambi i casi il commissario fu l’on. Giuseppe Zamberletti, che era stato tra i relatori della legge del 1970 per la Protezione civile. Attualmente Zamberletti è presidente della commissione Grandi Rischi del dipartimento nazionale della Protezione Civile.

Il Sistema Nazionale di Protezione Civile fu istituito da una legge del 24 febbraio 1992; questa legge prevedeva che i compiti di Protezione Civile andassero distribuiti “alle regioni, alle province, ai comuni, agli enti pubblici nazionali e territoriali e tutte le altre istituzioni ed organizzazione pubbliche e private presenti sul territorio nazionale”. In particolare era riconosciuto il ruolo delle organizzazioni di volontariato, sulla base delle esperienze passate, dall’alluvione di Firenze in poi. Si calcola, da fonti del dipartimento della Protezione Civile, che attualmente siano circa 1 milione e 200 mila i volontari collegati attraverso associazioni ed enti al Sistema Nazionale. Inoltre, nel 2001 il dipartimento della Protezione Civile è diventato un dipartimento della Presidenza del Consiglio dei Ministri.

Uno dei concetti basilari su cui si basa il sistema di Protezione Civile è la risposta delle comunità colpite, la prima risposta (e molte volte la decisiva); attraverso la sensibilizzazione e la diffusione di informazioni tra le popolazioni si può quindi limitare o fare in parte fronte alle conseguenze di una calamità. In questo senso assume particolare importanza la memoria di eventi passati e la consapevolezza di questa fragilità nell’organizzazione sociale delle comunità, in particolare dove i fattori di rischio (sismico, idrogeologico) sono più alti. E’ un dato di fatto che l’assiduità di politiche preventive diminuisce di molto il grado di vulnerabilità di un territorio. Anche se negli ultimi decenni la diffusione della cultura della Protezione Civile ha fatto molti passi in avanti, un opera di rafforzamento e di conservazione della memoria, anche materiale, dei luoghi colpiti da catastrofi, come i terremoti, è un obiettivo di lungo termine che un paese fragile come l’Italia non può eludere.  

 

 http://emidius.mi.ingv.it/CPTI/ (Catalogo Parametrico dei terremoti italiani, Istituto Naz. Geofisica e Vulcanologia)

 

http://www.protezionecivile.it/minisite/index.php?dir_pk=249&cms_pk=14839 (Sezione sul rischio sismico del sito della Protezione Civile)

 

http://ispronline.eu/site/content/listituto (Istituto di Studi e Ricerche sulla Protezione e la Sicurezza Civile)

 

http://portale.ingv.it/temi-ricerca/terremoti (Istituto Naz. Geofisica e vulcanologia, sezione terremoti)


17 dicembre 2008

I sepolti e i salvati

Questa mattina alle 8,10 e in replica alle 00,30 su RAI3

La storia siamo noi

I sepolti e i salvati

(sui terremoti di Irpinia e Friuli).

Interviste ai protagonisti di quei giorni, filmati di repertorio, con particolare attenzione al momento della tragedia, ai mancati soccorsi e ai giorni dell'emergenza e della predisposizione di tende,roulottes, prefabbricati.

 


23 novembre 2008

23 novembre 2008 a Teora




Conferimento della cittadinanza onoraria a

Luisa Morgantini (vicepresidente del Parlamento Europeo)

Domenica 23 novembre 2008

Teatro Europa, ore 9 e 30

Per l'anniversario del terremoto ho scritto qualcosa anche QUI, QUI QUI.

sfoglia     dicembre        marzo
 
 




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