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23 novembre 1980. Storia e memoria


Diario


17 ottobre 2010

Osservatorio sul doposisma, alcune anticipazioni del rapporto 2010

 

Da un articolo del Mattino, ecco le anticipazioni alla ricerca, promossa dall'Osservatorio sul Doposisma della Fondazione Mida di Pertosa e Auletta, sui costi della gestione dell'emergenza nei terremoti degli ultimi 30 anni.


 


 

 


Terremoto dell’Irpinia, spesi 7889 euro per ogni senzatetto

Alessio Fanuzzi, Il Mattino, 14 ottobre 2010

 

Trent’anni dopo è tutto raccolto in un dossier. Numeri, tempi, spese, finanche sprechi. Tutto quello che c’è da sapere sul terremoto che il 23 novembre del 1980 scosse l’Irpinia e sconvolse la Campania è scritto nel rapporto di Stefano Ventura voluto dall’Osservatorio sul doposisma della Fondazione Mida.
Si chiama «Trent’anni di terremoti italiani» ed è uno studio comparativo sulla gestione delle emergenze in Italia. Con tanti spunti curiosi: ad esempio, a fronte di una spesa procapite per senzatetto che a L’Aquila ha sfiorato quota 24.000 euro, in Campania furono spesi solo 7.889 euro a persona. Sulle cifre, però, incide il numero di senzatetto, di gran lunga superiore in Irpinia: 400.000 contro 67.459 ventiquattro ore dopo il terremoto, 280.000 contro 65.704 sette giorni dopo. In termini assoluti, infatti, per la Campania sono stati spesi più fondi: 6,627 miliardi nei tre anni di gestione commissariale, 2,29 miliardi all’anno contro i 1,715 miliardi spesi per l’Abruzzo. Trent’anni, avellinese di Teora trapiantato a Siena, dov’è dottore di ricerca in storia contemporanea, Ventura studia da anni gli effetti del terremoto in Irpinia e la ricostruzione.
A breve debutterà anche in libreria con un libro edito da Mephite - «Non sembrava novembre quella sera» - e dedicato alla sua terra. «Nel primo anno dopo il sisma - spiega - gli sprechi furono molto limitati. Fu negli anni successivi che aumentarono le pressioni per l’allargamento dell’area del cratere e, di conseguenza, per l’ampliamento dei comuni inseriti nelle fasce di danno fino a 684». La ricerca di fondi extra, però, non fu solo una prerogativa campana se è vero che anche il Molise, dopo il sisma con epicentro San Giuliano di Puglia nel 2002, «allargò le ipotesi di sviluppo per ricevere dal governo fondi senza collegamento diretto con il terremoto».
Nel calcolo delle spese e, soprattutto, dei tempi di intervento incidono tanto anche le nuove tecnologie. «Passare dalle dodici ore che i soccorsi impiegarono per raggiungere alcuni paesi della Campania ai tre minuti necessari a dare l’allerta nella notte del 6 aprile 2009 è senza dubbio un risultato positivo del cammino della Protezione civile che nel 1980 neanche esisteva», sentenzia Ventura. E ancora, «il progetto del piano casa in Abruzzo - continua - era già a disposizione del dipartimento della Protezione civile e del governo prima del sisma che ha devastato L’Aquila tanto che, a diciassette giorni dalle prime scosse, era già stato proposto come possibile soluzione».
In Irpinia non c’erano né piani né programmi e tutta la ricostruzione fu dovuta in gran parte all’operatività del commissario Giuseppe Zamberletti che, sulla scia dell’ esperienza acquisita in Friuli, dispose già dal 26 novembre di arretrare molti senzatetto sulla costa. Un progetto naufragato ben presto e sostituito con il piano di prefabbricazione leggera e pesante che portò poi all’ installazione di 7.384 containers e alla programmazione definitiva del giugno 1981. «Quattro diverse filosofie di intervento per quattro catastrofi», osserva Ventura.
Se in Campania furono montati containers, in Umbria (1997) si scelse di riparare prima il patrimonio meno danneggiato, in Molise furono usati gli alberghi della costiera e in Abruzzo si è passati dalle tende al piano caso. «Dopo il terremoto in Irpinia - analizza il ricercatore di Teora – c’ è stato un capovolgimento quasi totale di paradigma, passando da una delega pressoché totale alle regioni e ai comuni a una gestione affidata al commissariato guidato dal capo dipartimento Guido Bertolaso per tutta l’ emergenza». Con qualche criticità di troppo. «La concentrazione di ingenti risorse finanziarie (790 milioni di euro) per ospitare tra i 15.000 e i 20.000 senzatetto - chiosa Ventura - è stata una scelta troppo onerosa per le risorse pubbliche se paragonata alle gestioni degli insediamenti provvisori che pure sono stati necessari anche in Abruzzo». © RIPRODUZIONE RISERVATA

 


31 marzo 2010

L'attualità e la storia

Sulla rivista di storia on line STORIA E FUTURO c'è un mio articolo sulla storia della Protezione Civile e i principali terremoti dell'Italia Repubblicana.


 


 

Il mio vuole essere un contributo d'approfondimento, che conferma, però, che è sempre nel passato che si trovano le radici del presente

I terremoti italiani del secondo dopoguerra e la Protezione civile


23 aprile 2009

Natura imprevedibile o umana imprevidenza?

Natura imprevedibile o umana imprevidenza?

 

pubblicato anche su www.giannisilei.it

 

Il terremoto che la notte tra il 5 e il 6 aprile ha colpito l’Abruzzo ha assunto sin da subito dimensioni di una certa gravità. Le informazioni che stanno circolando sui media e sulla rete stanno descrivendo in modo adeguato tutti i problemi, i drammi individuali e collettivi, l’organizzazione dei soccorsi e il tentativo di salvare le persone sepolte sotto le macerie e di recuperare i corpi. Tra i temi che sono stati sollevati, a volte anche con accenti polemici, un discreto spazio è stato riservato al dibattito sul patrimonio edilizio pubblico e privato, che si è dimostrato purtroppo inadeguato a fronteggiare un terremoto, caratterizzato da una serie di scosse anche di forte intensità. La fragilità degli edifici pubblici ha subito richiamato alla mente altri momenti della storia italiana recenti (si pensi al 2002 e al dramma della scuola di San Giuliano, nel Molise). Alcuni hanno anche fatto notare come le polemiche di questo tipo sono consuete dopo le catastrofi, ma quasi mai alle polemiche è seguito un intervento di largo respiro per sanare le decennali inadempienze e per favorire controlli sulla qualità delle costruzioni o la messa in sicurezza del territorio.

Per chiarire meglio alcuni aspetti del rapporto tra territorio italiano e terremoti bisogna far riferimento ad alcuni casi specifici accaduti nell’ultimo secolo. In questi giorni si è sentito parlare, forse troppo sbrigativamente di terremoti e ricostruzioni “cattive” (Messina, 1908, Belice, 1968, e Irpinia, 1980) e di esempi di buona ricostruzione (Friuli 1976 e Umbria - Marche nel 1997). Del caso di San Giuliano si è già accennato; si potrebbero tuttavia aggiungere anche altri eventi, come frane, alluvioni e disastri di altra natura.

Bisogna specificare che la comparazione frettolosa effettuata nei dibattiti televisivi è altra cosa dalla conoscenza approfondita di come si ricostruisce dopo un terremoto; ogni caso ha le sue peculiarità, conseguenze più o meno devastanti, territori più o meno vasti che vengono coinvolti,  situazioni pregresse e abitudini civiche diverse.

Il clima di mobilitazione e di solidarietà che caratterizza un’emergenza di solito sospende le leadership consolidate e istituzionali, la risoluzione dei problemi primari dei terremotati assume la priorità e si fa immediato ricorso a chi è in grado di risolvere i problemi (esercito, volontariato, forze organizzate). Questo terremoto ha tuttavia dimostrato (è anche il caso del settembre 1997 in Umbria e Marche) che il Sistema Nazionale di Protezione Civile, basato su un’organizzazione territoriale articolata e disseminata sul piano nazionale, ha raggiunto una maturità finalmente in grado di rispondere alle emergenze nazionali.

L’organizzazione della Protezione Civile, così come la conosciamo, ha tuttavia richiesto lunghi anni di dibattiti e evoluzioni; la prima iniziativa di legge fu presentata al Parlamento nel 1970, in seguito all’alluvione di Firenze del 1966 e al terremoto del Belice del 1968; tuttavia, i regolamenti attuativi furono approvati solo nel 1981, dopo i terremoti del Friuli e di Campania e Basilicata. In questi due casi, le risposte nella prima emergenza furono ancora una volta disordinate; nel caso del Friuli, la presenza di numerosi soldati di leva che soggiornavano nelle caserme della zona permise di portare aiuto in maniera relativamente rapida ai terremotati. In Irpinia, invece, la macchina dei soccorsi fu lenta e impreparata, arrivando in alcuni dei paesi più colpiti anche 30 ore dopo la prima scossa. L’asperità morfologica del territorio colpito e la scarsità di vie di comunicazione tra le zone interne e le principali arterie stradali e autostradali rallentò l’arrivo dei mezzi di soccorso;  inoltre 18 su 24 tra i reparti attrezzati per i soccorsi si trovavano in Italia settentrionale, uno solo di essi si trovava al Sud. Il presidente della Repubblica Pertini, in visita alle zone terremotate nei giorni immediatamente successivi, constatò direttamente il ritardo degli interventi e non mancò di sottolinearlo con un intervento televisivo dai toni duri.

In seguito ai terremoti del Friuli e dell’Irpinia fu nominato dal governo un commissario straordinario, con il compito di coordinare gli interventi e la sistemazione dei senzatetto; in entrambi i casi il commissario fu l’on. Giuseppe Zamberletti, che era stato tra i relatori della legge del 1970 per la Protezione civile. Attualmente Zamberletti è presidente della commissione Grandi Rischi del dipartimento nazionale della Protezione Civile.

Il Sistema Nazionale di Protezione Civile fu istituito da una legge del 24 febbraio 1992; questa legge prevedeva che i compiti di Protezione Civile andassero distribuiti “alle regioni, alle province, ai comuni, agli enti pubblici nazionali e territoriali e tutte le altre istituzioni ed organizzazione pubbliche e private presenti sul territorio nazionale”. In particolare era riconosciuto il ruolo delle organizzazioni di volontariato, sulla base delle esperienze passate, dall’alluvione di Firenze in poi. Si calcola, da fonti del dipartimento della Protezione Civile, che attualmente siano circa 1 milione e 200 mila i volontari collegati attraverso associazioni ed enti al Sistema Nazionale. Inoltre, nel 2001 il dipartimento della Protezione Civile è diventato un dipartimento della Presidenza del Consiglio dei Ministri.

Uno dei concetti basilari su cui si basa il sistema di Protezione Civile è la risposta delle comunità colpite, la prima risposta (e molte volte la decisiva); attraverso la sensibilizzazione e la diffusione di informazioni tra le popolazioni si può quindi limitare o fare in parte fronte alle conseguenze di una calamità. In questo senso assume particolare importanza la memoria di eventi passati e la consapevolezza di questa fragilità nell’organizzazione sociale delle comunità, in particolare dove i fattori di rischio (sismico, idrogeologico) sono più alti. E’ un dato di fatto che l’assiduità di politiche preventive diminuisce di molto il grado di vulnerabilità di un territorio. Anche se negli ultimi decenni la diffusione della cultura della Protezione Civile ha fatto molti passi in avanti, un opera di rafforzamento e di conservazione della memoria, anche materiale, dei luoghi colpiti da catastrofi, come i terremoti, è un obiettivo di lungo termine che un paese fragile come l’Italia non può eludere.  

 

 http://emidius.mi.ingv.it/CPTI/ (Catalogo Parametrico dei terremoti italiani, Istituto Naz. Geofisica e Vulcanologia)

 

http://www.protezionecivile.it/minisite/index.php?dir_pk=249&cms_pk=14839 (Sezione sul rischio sismico del sito della Protezione Civile)

 

http://ispronline.eu/site/content/listituto (Istituto di Studi e Ricerche sulla Protezione e la Sicurezza Civile)

 

http://portale.ingv.it/temi-ricerca/terremoti (Istituto Naz. Geofisica e vulcanologia, sezione terremoti)

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